A quando il testamento ecologico?

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Dovremmo fare tutti un testamento biologico, ma non nell'accezione con cui si intende comunemente questa espressione, ossia come le dichiarazioni anticipate di volontà sui trattamenti medici da utilizzare o da dismettere alla fine della vita, soprattutto se ci si trovasse in una condizione di incoscienza. Su questo aspetto la cultura diffusa sconta un deficit oserei dire filosofico/esistenziale che deriva dal nostro inestirpabile etnocentrismo: facciamo conferenze su conferenze discutendo se l’idratazione artificiale sia una terapia oppure no, quando milioni di persone sono malnutrite; ci accapigliamo intorno al letto di una persona in coma vegetativo da anni, quando non ci mobilitiamo con altrettanto vigore per lo scandalo dei brevetti sui farmaci che impediscono a molti bambini dei paesi impoveriti di guarire da malattie facilmente curabili.

Va bene pensare alla nostra libertà, alla tutela delle nostre scelte personali nel momento in cui il nostro corpo si indebolirà e si avvicinerà alla fine. Ma occorre declinare questi diritti di libertà non in senso tradizionalmente individualista ma pensando in un orizzonte globale e interdipendente. Perché viviamo solamente insieme con gli altri, perché la vita appartiene a tutta l’umanità. Le scelte che riguardano la vita e la morte, il futuro delle prossime generazioni, oggi diventano una questione planetaria e si intersecano con la crisi/sfida più importante del nostro tempo, quella ambientale.

Serve un testamento davvero biologico, che riguardi cioè l’esistenza concreta, l'ambiente, il futuro delle prossime generazioni. In un testamento di solito una persona lascia in eredità ai discendenti i propri beni mobili e immobili e sovente anche una dote spirituale, un appello al ricordo, un'esortazione a comportarsi in un certo modo. Purtroppo a volte vengono lasciati ai posteri debiti, solitudine, deserto di cose e di sentimenti. Rispetto al creato, che cosa lasciamo noi a chi verrà dopo di noi? Rifiuti, inquinamento, penuria di risorse, sfruttamento sconsiderato della terra: quella che si chiama impronta ecologica. In un ipotetico testamento noi affidiamo ai nostri figli solamente debiti.

La vera rivoluzione biologica, ambientale e politica sta nell’invertire questa tendenza e nella possibilità che ognuno di noi scriva nel suo testamento le buone pratiche con cui ha cercato di rispondere alla crisi ecologica in atto, e inviti la generazione futura a fare altrettanto. Non basta pretendere dalle amministrazioni pubbliche, a cominciare da quelle locali, l’adozione di buone pratiche di sostenibilità ambientale, ma occorre prendere in mano la situazione a partire dalle scelte individuali. Occorre fare quotidianamente un esame di coscienza laico, per arrivare poi a un bilancio: ognuno ricordi quanti alberi ha piantato, quanto ossigeno (e non anidride carbonica) ha donato all'aria, quanta terra ha coltivato (e non soltanto consumato), quanta energia ha risparmiato. Per la sopravvivenza del nostro pianeta alla fine il saldo dovrebbe essere positivo.

Sappiamo che così non è. L'impronta ecologica, cioè l'insieme delle risorse della terra consumate per vivere, stampata da ognuno di noi sul nostro pianeta, è un segnale drammatico e inequivocabile: nel 2010, a livello globale, abbiamo utilizzato le risorse di una terra e mezzo; ciò significa che abbiamo rubato molte possibilità di vita e di sviluppo a chi verrà dopo di noi. Come si può leggere nell’aggiornato e imprescindibile “Ecological Footprint Atlas 2010” (in .pdf), curato dal Global Footprint Network, l’impronta ecologica dell’Italia ha superato il valore 3 (ci vorrebbero 3 ettari di terreno coltivabile per persona per sostenere il nostro stile di vita, ma nel nostro paese abbiamo soltanto risorse di circa un ettaro per persona; in Europa il rapporto consumo/biocapacità è di 4,31/2,89; quindi dobbiamo continuamente aumentare il nostro debito ecologico nei confronti di Sudamerica, Oceania e, ancora per poco, Africa le cui riserve naturali sono ancora maggiori dei consumi), mentre ciascuno di noi potrebbe calcolare la propria impronta, rispondendo ad alcune semplici domande (e le sorprese sono garantite).

Il filosofo tedesco Hans Jonas nel 1974 lanciava un nuovo imperativo etico: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza della vita umana sulla terra”. Nelle nostre scelte quotidiane dovrebbe essere tenuto sempre presente questo principio: quando facciamo la spesa al supermercato, quando accendiamo il riscaldamento o il condizionatore, quando votiamo alle elezioni o ai referendum.

Piergiorgio Cattani

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