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ACP: Carità? No grazie!
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Individuare strategie comuni contro la speculazione sulle derrate alimentari ed agricole: è questo uno degli accordi più significativi raggiunti a Kinshasa, dove sabato si è conclusa la XX sessione dell’Assemblea parlamentare paritaria Africa-Caraibi-Pacifico e Unione Europea (ACP-Ue).
Come riportato da Misna, l’Assemblea ha costituito un momento di riflessione su opportunità e questioni aperte della cooperazione tra nord e sud del mondo, ma anche sulla necessità di rilanciare gli sforzi per il raggiungimento degli obiettivi del millennio fissati dall’Onu. Nella capitale congolese si è anche discusso dello stato di insicurezza in cui versa una fascia di territorio del sahel, divenuta campo d’azione di alcuni gruppi armati dediti al traffico di stupefacenti, di armi e alla tratta di esseri umani.
Il commissario europeo al Commercio, Karel De Gucht, ha auspicato un partenariato “solido e maturo” sostenendo che “la cooperazione allo sviluppo è un complemento necessario alla liberalizzazione del commercio”. Sulla necessità di un partenariato realmente paritario sono intervenuti diversi esponenti politici africani a partire da Joseph Kabila, il capo di Stato congolese, secondo cui investimenti, crescita e creazione di posti di lavoro dovrebbero essere i risultati degli accordi finali eventualmente raggiunti tra le parti. La prossima riunione dell’Assemblea ACP-Ue si terrà a Budapest, in Ungheria, dal 16 al 18 maggio 2011.
Dalla parte opposta dell’oceano i rappresentanti di ACP respingono al mittente il “caritatismo ambientale”. Siamo di fronte ad nuovo olocausto annunciato? La denuncia è arrivata nella terza giornata del vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in corso a Cancun fino al 10 dicembre dai negoziatori di 43 Paesi tra Africa, Caraibi e Pacifico che si raggruppano come Aosis (Alliance of small island states).
Come scrivemmo già a settembre se le temperature globali non cresceranno rigorosamente meno di due gradi nei prossimi anni esse, infatti, affronteranno ''la fine della storia'', hanno denunciato i diplomatici poggiando su una ricerca dell' Oxford University Centre for the Environment, che ha calcolato che i danni in 15 di questi Paesi potrebbero arrivare tra i 4 e i 6 miliardi di dollari l'anno, con costi per infrastrutture difensive che per alcuni Paesi potrebbero superare i costi stimati di 10 miliardi di dollari.
Bahamas, Suriname, Guyana, Trinidad e Tobago e Belize sarebbero le isole colpite più duramente, mentre andrebbero letteralmente sommersi Stati come Grenada, St Lucia, St Kitts e Nevis. I profughi ambientali che ne deriverebbero supererebbero abbondantemente le 10mila unità, senza contare l'erosione delle spiagge, i danni alle strutture turistiche che per molte di esse rappresentano fino all'80% del Pil annuo. ''Lo abbiamo denunciato già a Copenhagen: sarebbe la fine della storia per isole come Kiribati, Tuvalu, le Cook Islands, le Maldives e le Marshall islands, siamo disperati'', ha spiegato alla stampa Antonio Lima, ambasciatore delle isole di Capo verde alle Nazioni Unite. ''Non vogliamo essere il nuovo olocausto del 21esimo secolo, i Paesi dimenticati''.
I 43 hanno rifiutato in un documento comune l'idea che i fondi offerti da Stati Uniti e UE per le politiche di adattamento possano ammorbidirli rispetto alla loro necessità primaria: ''le temperature non dovranno crescere più di 1,5 gradi, rifiutiamo il limite di 2 gradi proposto da alcuni Paesi'', hanno chiarito, annunciando un proprio piano per la creazione di un'economia ''a basso tasso di carbonio'', e un pacchetto di aiuti ''piu' significativo di quello oggi sul tavolo''.
Interessante è stata l’iniziativa di Google presentata alla Convention. Attraverso Google map sarà possibile verificare lo status di riforestazione e deforestazione di ogni Stato premiando i migliori. Non solo. L’Holding di internet si sta impegnando per ridurre la propria impronta ecologica giusto per passare dalle parole ai fatti. [F.P.]






