
www.unimondo.org/Notizie/Bolivia-un-deserto-di-sale-e-litio-221482
Bolivia: un deserto di sale e litio
Notizie
Stampa
Foto: Unsplash.com
Si chiama Salar de Uyuni, si trova nel sud della Bolivia ed è una distesa di sale così vasta e bianca che è addirittura visibile dalla luna. 10.000 km quadrati di piccoli cristalli bianchi - all'incirca l'area del Kosovo - che durante la stagione delle piogge vengono inondati da 15-20 cm di acqua (gelida) proveniente dai fiumi limitrofi, creando un effetto a specchio affascinante e unico. Lo strato superiore del deserto è appunto costituito da esagoni di sale, di una perfezione sconcertante, abbastanza spessi da sopportare il peso delle Jeep di turisti che le attraversano, o degli alberghi di sale sparpagliati qua e là, come igloo nell’Artico. Ma sotto questo “cappotto” bianco si trova uno strato di salamoia che contiene i più grandi depositi al mondo di litio, un metallo leggero e volatile utilizzato nelle batterie per smartphone, computer e veicoli elettrici.
Un metallo che però, in Bolivia, non si riesce ancora ad estrarre in quantità rilevanti: quest’anno il paese andino produrrà circa 600 tonnellate di carbonato di litio, l’equivalente di meno di 5 milioni di dollari di vendite. Questo, mentre i paesi vicini lo estraggono con successo già da qualche decennio. Il Cile lo fa dagli anni '80 e quest’anno arriverà a circa 134 mila tonnellate prodotte, mentre l’Argentina ne ricaverà 34 mila tonnellate, ma grazie alla relativa libertà di concessioni delle sue province è destinata a rivaleggiare nella produzione col Cile entro la fine del decennio. In Bolivia, invece, stanno ancora aspettando il boom d’investimenti promessi, come affermano i leader sindacali del posto.
I motivi del ritardo boliviano sono svariati. In primis il meccanismo di estrazione: in Bolivia è più difficile che altrove. Si utilizza l'evaporazione solare per estrarre il metallo. Il processo consiste nello scavare una serie di enormi pozze, la più grande delle quali ha una superficie di 30 ettari. Quando la salamoia ricca di litio viene trasferita da una vasca all'altra, l'evaporazione aiuta a isolare i diversi sali. Purtroppo però la salamoia boliviana si è rivelata particolarmente concentrata di magnesio (circa 17 parti per ognuna di litio, rispetto a 4: 1 nella salamoia più pura del Cile), il che rende la raffinazione più complessa. In più la stagione delle piogge in Bolivia rallenta l'evaporazione. In pratica, l'impianto di Uyuni è in grado di estrarre solo il 15-20% del litio presente nella sua salamoia, afferma David Rocha, direttore dell'impianto, mentre il tasso di efficienza del Cile è di circa il 40%.
Un altro problema è da ricondurre alla pachidermica gestione politica del mercato del litio boliviano, con un orientamento fortemente protezionista, voluto e difeso da Evo Morales. La compagnia statale Yacimientos de Litio Bolivianos ne controlla il 100% dell'estrazione e processamento al Salar, con alti livelli di inefficienza e barriere insormontabili per qualsiasi tipo di partner straniero, i cui investimenti possono essere diretti esclusivamente alle fasi successive al processamento, tra l’altro con condizioni meno attrattive che altrove. Per dare una panoramica: attualmente sono in uso solo 96 piscine su 160; alcune sono in riparazione, mentre altre sono vuote a causa della carenza di pompe di dimensione industriale. A otto anni dall'apertura, l'impianto pilota è purtroppo ancora artigianale.
Allo stesso tempo, convincere i potenti gruppi e sindacati dei contadini della Bolivia a sostenere un progetto di cambiamento rimane una sfida. Gli accordi promossi da Morales ancora nel 2018 per aprire la produzione del litio ad aziende straniere sono stati ferocemente osteggiati da molti attivisti, a giudizio loro perché economicamente ingiusti per la Bolivia. Se da un lato il governo è riuscito a incaricare due aziende cinesi, la Maison Engineering e la CMEC, per costruire un impianto industriale di carbonato di litio con una capacità di generazione di 15 mila tonnellate all’anno, dall’altro, non è riuscito a concretizzare l’accordo con un’azienda tedesca, la ACI Systems, che prevedeva la costituzione di una joint venture per iniziare la produzione di idrossido di litio (un altro composto utilizzato nelle batterie) dalla salamoia rimasta dopo il processo di evaporazione, un processo tecnologico ancora in larga parte sperimentale. Le proteste degli attivisti di Potosí, la regione in cui si trova il Salar, hanno infatti bloccato il negoziato che comunque prevedeva un controllo del governo boliviano del 51% della nuova società.
Tuttavia, molte speranze sono riposte in un nuovo metodo di estrazione diretta, conosciuto come DLE (direct lithium extraction), più rapido dell'evaporazione solare e che richiede meno acqua, il che dovrebbe renderlo più appetibile per le comunità intorno al Salar, le cui fattorie stanno già soffrendo per il cambiamento climatico. Il governo, dopo aver indetto alcune gare d’appalto per trovare società disposte a sviluppare questa nuova tecnologia, già da luglio ha iniziato il test pilota con nove imprese diverse. Tutto ciò potrebbe aiutare il paese a voltare pagina nella agognata transizione industriale del litio. Franklin Molina Ortiz, il ministro per l'energia dell’attuale governo di Luis Arce, afferma che nel breve termine la Bolivia perseguirà una strategia ibrida, utilizzando sia l'impianto di evaporazione che i nuovi metodi DLE, anche se quantità interessanti non saranno raggiunte presumibilmente prima del 2030. Si spera, poi, che la produzione più accelerata del nuovo stabilimento rafforzi le infrastrutture adiacenti, incentivando addirittura l’apertura di un’università locale.
Solo un decennio fa si pensava che fosse improbabile che le auto elettriche diventassero così popolari. Ora la domanda di litio per fabbricare batterie che immagazzinano l’energia generata, tra le altre fonti, da pannelli solari e turbine eoliche, è così sostenuta che la Bolivia potrebbe farne un grande business estraendolo. Probabilmente anche anteponendo il nazional-protezionismo a una più sana efficienza, visto che ne possiede più di qualsiasi altro paese. L’aumento della produzione boliviana manterrebbe inoltre più bassi i prezzi delle batterie, permettendo una diffusione più ampia, ed aiutando il presidente Biden a raggiungere l’obiettivo di elettrificare metà delle nuove auto vendute negli Stati Uniti nel 2030. Ma pure la Russia e la Cina non stanno a guardare e sono già all’attacco delle riserve boliviane. Il litio si sta rivelando a tutti gli effetti una delle risorse chiave nel garantire la transizione globale verso l'energia pulita, necessaria per il raggiungimento degli obiettivi di lotta al cambiamento climatico. Riuscirà il popolo boliviano a trarne vantaggio in tempi soddisfacenti?
Marco Grisenti
Laureato in Economia e Analisi Finanziaria, dal 2014 lavoro nel settore della finanza sostenibile con un occhio di riguardo per l'America Latina, che mi ha accolto per tanti anni. Ho collaborato con ONG attive nella microfinanza e nell’imprenditorialità sociale, ho spaziato in vari ruoli all'interno di società di consulenza e banche etiche, fino ad approdare a fondi d'investimento specializzati nell’impact investing. In una costante ricerca di risposte e soluzioni ai tanti problemi che affliggono il Sud del mondo, e non solo. Il viaggio - il partire senza sapere quando si torna, e verso quale nuova "casa" - è stato il fedele complice di anni tanto spensierati quanto impegnati, che mi hanno permesso di abbattere barriere fuori e dentro di me, assaporare panorami, odori e melodie di luoghi altrimenti ancora lontani, appagare una curiositá senza fine. Credo in un mondo più sano, equilibrato ed inclusivo, dove si possa valorizzare il diverso. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la veritá e la sensibilità che incontro e assimilo sul mio sentiero.






