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Cinesi in Italia, una questione di lingua
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Nel quadro complesso e frastagliato dell’immigrazione in Italia le comunità provenienti dalla Cina si presentano come un mondo a parte di cui non si sa ancora a sufficienza. Il moltiplicarsi di leggende metropolitane e un’effettiva tendenza alla chiusura tra le mura etniche, favorita anche dalla lingua, finiscono per alimentare luoghi comuni su un flusso migratorio significativo e variegato. Per orientarsi occorre dunque partire dai dati certi.
La comunità cinese in Italia, con 188.352 immigrati regolari, rappresenta il quarto maggiore gruppo nazionale dopo Romania, Albania e Marocco (che insieme fanno il 42,2%): la presenza maggiore è al nord, soprattutto a Milano, Torino e nelle provincie di Prato e di Rovigo. I lavoratori cinesi sono occupati principalmente in piccole aziende operanti nel campo del tessile, della ristorazione, dell’import-export.
L’immigrazione cinese in Italia è un fenomeno antico, cominciato per motivi economici dopo la prima guerra mondiale. I primi gruppi provenivano dalla regione montuosa del Zhejiang (a sud di Shanghai): questo flusso ha dato un’impronta caratteristica anche all’immigrazione futura in quanto i cinesi si spostano all’estero a interi nuclei famigliari provenienti dalla stessa regione. Una seconda massiccia ondata è giunta a partire dal 1980 dalla regione povera del Fujian, limitrofa al Zhejiang, e dal nord della Cina in seguito alla chiusura di grandi industrie e delle miniere. Negli ultimi anni, mentre l’afflusso di immigrati in cerca di lavoro si è molto contratto con l’aumento dei ritorni in patria, si fa strada una nuova immigrazione non permanente formata da Individui benestanti con buona cultura che si spostano per motivi di affari o di istruzione.
Sarebbe impossibile descrivere anche a grandi linee la vita, il lavoro, i problemi, le chiusure e l’effettiva integrazione della comunità cinese. Ci soffermiamo sulla questione della lingua che non è soltanto la principale barriera nel rapporto con gli italiani ma che rappresenta anche un elemento di divisione interna ai cinesi.
La geografia linguistica dell’immenso continente Cina si presenta con una notevole varietà di lingue e di dialetti (mentre la scrittura è più uniforme) spesso incomprensibili tra di loro: solamente dagli anni ’50 si è adottata una lingua ufficiale, il putonghua, basata fondamentalmente sulla lingua che si parla a Pechino. Ma arrivare a una sostanziale unità linguistica è un cammino molto lungo, in Cina e nei paesi della diaspora. Per esempio a Milano ci sono due scuole per insegnare cinese ai bambini immigrati che convivono pacificamente pur nascendo dalla comunità proveniente dalla Cina popolare e dai gruppi provenienti da Taiwan.
Ma spesso i ragazzi cinesi, ansiosi di integrarsi completamente in Italia, si rifiutino di imparare la lingua “ufficiale”: in pubblico e con gli amici parlano soltanto italiano mentre in famiglia nel dialetto di origine. Questa condizione rende fragile e differenziata una comunità etnica considerata dal nostro immaginario come monolitica e indecifrabile.
Addirittura all’interno delle numerose aziende “etniche”, cioè composte esclusivamente da cinesi (è rarissimo trovare attività miste), il datore di lavoro preferisce scegliere la manodopera tra i famigliari (a largo raggio) oppure tra persone provenienti dal medesimo distretto. In questo modo non solo è facilitata la comunicazione reciproca, in quanto tutti parlano il medesimo dialetto, ma è anche rispettata la tradizione cinese che vede una forte solidarietà fra nativi dello stesso “villaggio” (cioè regione): un vincolo di appartenenza secondo soltanto al legame di sangue. Il rischio, soprattutto per i ragazzi e i bambini nati in Italia, è quello di restare completamente estranei alla cultura del paese ospitante aumentando le barriere tra cinesi e italiani.
L’ambiente più adatto per imparare la convivenza resta la scuola, al di là di tendenze che vorrebbero fomentare la divisione. Tuttavia, per quanto riguarda l’immigrazione cinese, ci si trova di fronte a problemi specifici. Il rapporto dei ragazzi con la scuola è segnato dalla mentalità tradizionale cinese, e in generale orientale, fondata sulla gerarchia e sulla disciplina: per esempio non potrà mai essere messa in discussione la capacità del docente; la scuola è intesa come una palestra di competizione per raggiungere una buona posizione sociale e un successo personale, indispensabili per fare onore alla famiglia e al Paese; un ambiente scolastico per essere tale deve adottare metodi educativi rigidi e talvolta punitivi mentre non viene capito un sistema troppo aperto e permissivo. Il raggiungimento di buoni risultati scolastici è connesso all’etica confuciana che vede al primo posto la “pietà figliale”: riuscire a scuola è un obbligo preso con la famiglia mentre le difficoltà sono viste come segni di fallimento che portano disonore.
L’incontro reciproco è l’unica strada per un arricchimento capace di venire incontro alle esigenze di tutti. E una scuola più autorevole anche se non classista, più ordinata anche se non militaresca, potrebbe fare bene pure a noi.






