
www.unimondo.org/Notizie/Disabilita-l-immaginario-collettivo-e-le-sue-conseguenze-113288
Disabilità: l’immaginario collettivo e le sue conseguenze
Notizie
Stampa
Innanzitutto occorre premettere la fondamentale costatazione che, quando si parla di disabilità, ci si trova di fronte a un universo di situazioni, di condizioni, di storie così differenziate e particolari da essere difficilmente incasellate in qualsiasi griglia precostituita. Eppure agli occhi della stragrande maggioranza delle persone esiste la categoria dei “disabili”, generica e uniforme, come accade sempre per le minoranze non ben identificate, come oggi possono essere gli “extracomunitari”. Non starò qui a dilungarmi con voi nello spiegare che la disabilità fisica non è quella mentale, che chi ha difficoltà fin dall’infanzia vive problematiche diverse rispetto a chi per così dire diventa disabile da adulto, che esistono differenti capacità variabili da individuo a individuo. Non fare queste distinzioni tuttavia significa non capire nulla.
In secondo luogo è necessario rendersi conto che la gravità della condizione di salute determina drasticamente le opportunità o meno di condurre una vita normale. Da questo non si può scappare. Dobbiamo dirci in faccia che per molti disabili le prime necessità sono quelle di sopravvivere, di avere un adeguato grado di assistenza medica e sociale, di poter coltivare un tessuto di relazioni, di non finire soli e emarginati. Solamente dopo aver soddisfatto questi bisogni primari si può parlare dell’inserimento lavorativo e dell’apporto che i diversamente abili possono dare alla comunità. Ma anche qui occorre sottolineare che quanti non sono affetti da patologie altamente invalidanti avranno necessità e istanze sostanzialmente diverse dai disabili gravi.
Vorrei parlare ora brevemente della mia esperienza personale per poi trarre alcune considerazioni generali. Tralascio di raccontare episodi più o meno divertenti che mi sono capitati in questi anni che vanno dalla meraviglia delle persone stupite che parlavo e ragionavo, ai 5 euro donate da un passante al mio accompagnatore per comprare un gelato “a quel poveretto”, ai baci e alle carezze delle vecchiette. Ma su questo ormai mi sono fatto il callo anche se ho visto in questi anni un miglioramento della situazione. Il disabile non è più un recluso che è meglio per tutti stia nascosto e non pretenda troppo. Si sta cominciando a capire che può invece avere un ruolo attivo nella comunità, costruire qualcosa in favore degli altri, diventare imprenditore non solo di se stesso. Credo che altri meglio di me evidenzieranno questo aspetto.
Però ci sono alcuni atteggiamenti ancora da superare e che implicano conseguenze anche per il mondo del lavoro. I disabili, soprattutto non autosufficienti, vengono visti o come poveri malati sfortunati passivi inadatti sofferenti (aggiungete voi altri aggettivi) oppure come eroi capaci di sopportare condizioni proibitive, persone eccezionali dotate di enorme sensibilità: non c'è mai un atteggiamento normale verso i disabili.
Esistono anche tuttavia risvolti molto più negativi e subdoli. Sembra che il disabile, soprattutto se in condizioni fisiche molto precarie, debba stare al proprio posto. Sembra quasi che, una volta esaurite le cure assistenziali, una volta che al diversamente abile sono offerte opportunità di ammazzare il tempo in qualche modo, tutto sia a posto, sistemato, perfetto. Basta che il disabile non si azzardi a chiedere di più. Non voglia cercare lavoro. Non pretenda che quel lavoro sia retribuito. Ci si meraviglia se un disabile non si accontenta di svolgere gratuitamente un piccolo lavoro. Implicitamente si pensa che per il disabile sia sufficiente avere un qualcosa per riempire le giornate, per non essere completamente dimenticato. Non entra neppure nell'anticamera del cervello che a una certa età anche un disabile vorrebbe guadagnare qualcosa e magari, in via ipotetica, raggiungere un'indipendenza economica.
È ovvio che un trentenne normale, soprattutto in questi tempi di lavoro precario e di penuria di occupazione, cerchi molto spesso di svolgere qualsiasi mansione pur di guadagnare qualcosa, per avere una vita autonoma, per uscire dal nido familiare, per comprare casa, per sposarsi, per costruire una famiglia... ma questo non è valido per il disabile, che non avrà mai una sua famiglia, che non comprerà casa, che non avrà mai una vita autonoma. Personalmente mi è capitato che, al momento di chiedere una retribuzione per una prestazione occasionale, gli interlocutori mi guardassero come se fossi un marziano o avessi fatto una richiesta strampalata. Quando un disabile vuole essere davvero normale, tutti cadono dalle nuvole.
Sicuramente molto dipende dal grado effettivo di invalidità, dall’aspetto per così dire “estetico” del disabile, alla capacità di spostarsi da casa al luogo di lavoro, ai periodi di malattia, al numero di ore di lavoro giornaliere … è ovvio che più il disabile si avvicina alla normalità, meno problemi ci sono. Tuttavia il diffuso immaginario collettivo pesa in maniera generale sulla possibilità di inclusione dei diversamente abili a prescindere dalle loro condizioni fisiche.
Dalla mia esperienza posso dire quanto sia necessario insistere su questo aspetto: se si afferma che un diversamente abile ha il diritto a una vita per così dire normale, allora è necessario entrare nell'ordine delle idee che il disabile può lavorare e essere retribuito. Non dobbiamo nasconderci le difficoltà né pretendere di avere tutto e subito. Però qualcosa deve muoversi. È necessario fare un salto di qualità. Pensare che avere in un'azienda, in un giornale, in una pubblica amministrazione, un lavoratore disabile non sia un'opera di misericordia, un fiore all'occhiello, un soprammobile da presentare in qualche occasione speciale, ma sia effettivamente un valore aggiunto.
Spesso le apparenze fanno credere che un diversamente abile non sia in grado di lavorare e di produrre a ritmi sufficientemente elevati. La maggior parte delle volte non è così perché basterebbe avere gli strumenti tecnici e legislativi, che già ci sono, per consentire una adeguata produttività. Basterebbe lavorare da casa: moltissime nuove professioni utilizzano queste modalità, ma sono certo che se fosse un disabile a svolgere il medesimo lavoro molti storcerebbero il naso. Per questo, credo, bisogna dare maggiore pubblicità alle imprese costituite da diversamente abili, ad incontri di questo genere perché l'opinione pubblica si renda conto che esiste una risorsa troppo spesso nascosta.
L'inclusione come specchio della politica e della società
Nel trattare questo secondo punto sarò molto più breve rispetto a quello precedente. Se nell'approccio individuale verso la disabilità possiamo registrare un'evoluzione positiva non così possiamo dire su aspetti più propriamente sociali e politici. La regressione civile in atto nel campo dei diritti delle minoranze è sotto gli occhi di tutti. Esiste un clima pesante nei confronti del diverso. Come è ovvio, il politicamente corretto tratta con i guanti bianchi i disabili e i loro problemi: ancora nessuno si sognerebbe di dire che essi in fondo sono un peso per la società. Tuttavia in tempi di crisi i tagli agli investimenti, alla sanità, ai progetti di solidarietà e inclusione, valgono più di 1000 parole e di 1000 buone intenzioni; il paternalismo e l'assistenzialismo sempre presenti non fanno altro che alimentare l'idea della riserva indiana, dell'oasi protetta per disabili.
La politica sembra non interessarsi più di questi temi. Un piccolo esempio che forse travalica il nostro argomento ma che pure è significativo: la questione delle barriere architettoniche. 10 anni fa si parlava molto spesso di doverle abbattere completamente. Una provincia autonoma come la nostra aveva fatto grandi promesse, ma poche cose sono state fatte. Se guardiamo ad altre realtà italiane non dobbiamo assolutamente lamentarci, tuttavia è possibile che il Castello del Buonconsiglio sia ancora inaccessibile? Credo che occorre cominciare una battaglia su questo punto. Perché tutte le cose si legano. Avere una città a misura di disabile vuol dire averla a misura di bambino, di anziano... a misura di futuro.
Così il mondo del lavoro. Se crediamo in una società democratica dove, almeno in linea di principio, almeno tendenzialmente, tutti devono partire da condizioni eguali, allora occorre che la politica prenda sul serio la capacità di impresa dei disabili. Contro la società della paura e dell'amore falso e falsificato occorre parlare di solidarietà, di inclusione, di innovazione.
Solidarietà: è vero che una società più solidale e più solida. Non è un'astrazione perché la solidarietà significa concreta soluzione dei bisogni prima che essi diventino pericolosi e ingovernabili. Significa prevenire le condizioni di disagio che, se dimenticate, prima o poi scoppiano. Creare imprese solidali significa aumentare proprio l'inclusione sociale, generando e utilizzando nuovo capitale umano destinato altrimenti a pesare soltanto sulla collettività.
Inclusione: in una società plurale come la nostra l'alternativa all'inclusione è il caos. Se riusciamo a trovare spazi nella società per costruire vie concrete per l'integrazione degli stranieri, per l'autonomia dei disabili, per la limitazione della precarietà e della disoccupazione, riscontreremo subito aspetti positivi che si riversano sull'intera comunità. Altrimenti ci sarà soltanto uno sfilacciamento generale e un abbassamento della qualità della vita.
Innovazione: l'impresa solidale con i disabili non può che essere innovatrice. A livello culturale prima di tutto ma subito dopo a livello tecnologico e economico. Per i disabili tutto è più difficile. Ma il bisogno aguzza l'ingegno.
Piergiorgio Cattani (ACLI Trentine)
(Intervento all'incontro "Impresa solida, impresa solidale. Fare impresa con i diversamente abili" - Trento 24 marzo 2010)






