Editoriale - Parliamo di Patria, allora

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Parliamo di Patria, allora.

Il 4 Novembre, data che ricorda la vittoria militare italiana sull’Impero degli Asburgo, è da tempo considerata la “festa dell’Unità nazionale”, cioè la festa della Patria finalmente unita con la conquista del Trentino e della Venezia Giulia. Il fatto che al Trentino sia rimasto da allora attaccato un pezzo di terra, di lingua, storia e cultura germaniche è un particolare ormai superato da tempo. L’Italia, la Patria, ha questi attuali confini, ci dicono ogni istante gli autodefiniti patrioti moderni e mai come in questi ultimi mesi, ci raccontano e ci spiegano che i confini della Patria vanno difesi dal vecchio-nuovo nemico alle porte. Così come fecero - aggiungono - i giovani italiani che morirono sul Carso, sulle rive del Piave o sulle Alpi fra il 1915 e il 1918.

In questa retorica della “difesa della Patria” sta nascosta tutta la pericolosa menzogna dei patriottardi nostrani, quelli che da cent’anni, vestendo una camicia più o meno nera, pensano di essere i soli depositari del “sacro verbo della Patria”. Perché parlare di menzogna? Perché in quella dannata guerra - seicentomila i giovani morti, innumerevoli i mutilati - non difendemmo alcun confine, ma andammo a conquistare terre di altri. Spacciare per “difensiva” la conquista di qualcosa che non appartiene è degno di chi ha nella pancia la cultura del brigante, del ladrone. Di questi tempi, a Gaza e in Ucraina abbiamo tragici esempi di questo genere di menzogna. Israele e Russia occupano terre non loro, trovando alle loro azioni alibi nella storia, nella religione, nelle esigenze di difesa e nel mito.

Tant’è: in Italia è dagli anni ‘20 del secolo scorso che i briganti fascisti sentono di essere i difensori ideali e militari della Patria. Ed è interessante vedere come, da sempre, proprio loro la Patria l'abbiano svenduta spesso per un tozzo di potere qualsiasi. 

Negli anni del ventennio, la Patria era diventata il loro orto, il campo da sfruttare - con dentro uomini e donne - per esercitare un potere assoluto, ottuso ed omicida. Il tutto con la complicità di un re frustrato dalla vita e di una casa regnante mai all’altezza dei tempi. Poi, tra il 1943 e il 1945, perso il consenso di quel re mascalzone, pur di tentare di tenere quel potere ventennale, hanno svenduto l’Italia ai tedeschi, consentendo ai nazisti di occupare città, fabbriche, campagne, lasciando aperte le porte alla deportazioni di migliaia di nostri concittadini, bollati come animali perché ebrei.

Gli autodefiniti patrioti di allora, quelli della X Mas che il moderno generale Vannacci rimpiange per capirci, hanno aiutato i nazisti ad uccidere i veri patrioti, i partigiani e le partigiane, quelli che combattevano davvero per liberare il Paese da chi lo occupava. Strana idea di patriottismo questa che i fascisti rivendicano ancora oggi: somiglia più alla difesa armata di una proprietà che si ritiene privata. 

Non contenti di quanto fatto allora, in quel ventennio, dal dopoguerra a poco tempo fa, gli autodefiniti patrioti hanno continuato per decenni a mettere bombe su treni, dentro piazze e banche, uccidendo concittadini inermi in nome della “Patria”. Poi, speculando sui vuoti di memoria della politica e usando - come già nel 1922 - l’indifferenza della borghesia, hanno riconquistato il potere e da lì, hanno ricominciato il gioco perverso. Pur di restare in sella, hanno ancora una volta cercato l’appoggio di un potente alleato straniero, iniziando a svendere il Paese pezzo a pezzo, cedendo industrie, tecnologie e intelligenza. Contemporaneamente, militarizzano la quotidianità, invocando un nemico alle porte. Alimentano l’apparato militare - esattamente come aveva fatto Mussolini - tagliando lo stato sociale e impoverendo sempre più gli italiani.

Uno schema di gioco assurdo e noto, che ruota attorno al mito della “Patria”. Altrove, in terre lontane, il termine Patria è associato alla parola "libertà" da chi lotta contro i tiranni. Per loro, laggiù, Patria è ciò che è davvero e che dovrebbe essere per noi: una casa comune di pace, il luogo di un’identità condivisa, di fratellanza e solidarietà. Un tratto così forte e sereno da permetterci il confronto con tutti gli altri abitanti del Mondo su un piede di parità e tranquillità, forti della consapevolezza di ciò che siamo e privi della necessità di combattere gli altri. Lo stato sociale, la nostra Costituzione, la bellezza del nostro Paese sono gli elementi che tracciano la linea della nostra appartenenza, Non sono le armi, non è la storia di vittorie militari raccontate con la menzogna, non è avere un esercito potente a farci italiani. 

Poveri e sfortunati sono gli Stati in cui i cittadini si riconoscono come comunità solo attraverso l’esercito. Noi non siamo questo: il 4 novembre non può e non deve essere la festa di una Patria diventata proprietà privata di un pugno di briganti.

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