Il sovrappeso dell’arrampicata

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Foto: Unsplash.com

Quello dell’arrampicata è un mondo affascinante: posti incantevoli da esplorare con appoggi e appigli, persone che fanno comunità con i piedi in parete e poi anche con i piedi per terra, sfide in movimento contro la forza di gravità. Un mondo di cui vi ho già raccontato qualche tempo fa anche da altri punti di vista, per esempio quello dei neri o delle donne o delle persone con disabilità. Questa volta lo guardiamo da un’altra prospettiva, quella della forma del corpo. Già, perché generalmente quello dell’arrampicata è un modo di persone prestanti, magre, sgargianti, asciutte, ultimamente – sensazione amplificata dall’impellente necessità di condividere tutto sui social – anche un po’ vanitose.

E allora, la domanda che ci facciamo stavolta è: i ciccioni possono arrampicare? E ce la facciamo così questa domanda, in modo decisamente politicamente scorretto, perché non è che la vita sia tutta correttezza, attenzione, solidarietà, rispetto. E le falesie sono vita, come qualunque altro luogo. Quindi la domanda, tra un grigri e una birra, è molto probabile che uscirebbe così, senza edulcorarla, con le conseguenze e le riflessioni che inevitabilmente solleva.

Partiamo da due nomi. Drew Husley e la moglie Sarah. Una coppia come tante, che una sera ha visto al cinema il documentario Free solo, quella spettacolare condensa di immagini meravigliose, follia e tenerezza che è la storia verticale e senza sicure di Alex Honnold. Un film che ha innescato in Drew la voglia di provare ad arrampicare. Ma che ha anche contemporaneamente fatto emergere la differenza principale. Drew è un oversized, e nei video e nelle foto che si vedono online le persone obese non arrampicano. Il suo era un desiderio che rischiava di restare vittima della propria taglia. Era il 2019.

E invece no. Due anni più tardi marito e moglie sono climber. E lo sono diventati senza non poche difficoltà. Per esempio l’abbigliamento: esistono in effetti tanti marchi super tecnici e alla moda, ma pochissime attenzioni a chi, dentro quei pantaloni slim o quelle canotte trendy non ci si può infilare. L’immagine degli arrampicatori è strettamente legata al corpo, e all’eccellenza non solo della performance, ma anche della forma fisica. Muscoli in tensione, prospettive sexy di nervi e pelle abbronzata e lucente, trecce che neanche Raperonzolo.

Le identità – però e per fortuna – non sono immutabili. Le costruiamo. E certe costruzioni rappresentano, anche senza volerlo, una barriera per molti che non rispecchiano quelle caratteristicheanche solo estetiche, rafforzando un senso di inadeguatezza legato proprio a quell’immagine/immaginario. Quindi certo, puoi anche credere di poterlo fare, ma tutto intorno a te racconta un’altra storia. Nulla di ciò che vedi prova il contrario.

Drew e Sarah, come altri in queste piccole grandi battaglie di autoaffermazione, non si sono arresi. Per se stessi, ma anche per molti altri che come loro vorrebbero, ma pensano di non potere. Si sono allenati allestendo una piccola parete nel garage di casa finché la loro confidenza con gli strumenti e con i movimenti non è aumentata. E allora hanno cominciato a uscire e a far crescere una piccola comunità che ha trasformato semplici conoscenze in amicizie, che li ha aiutati a migliorare tecnica e approccio attraverso piccoli trucchi che hanno sancito il passaggio dalla palestra alla roccia.

Un viaggio che non ha risparmiato sfide: l’attrezzatura stessa è stata messa alla prova. Terrà il mio peso questo moschettone? E questo spit? Come ben sa chi ha provato anche solo una volta l’emozione di stare appeso in parete, quando capita di restare bloccati la domanda è ricorrente, ma quella di Drew e Sarah era amplificata rispetto a chiunque altro: la corda reggerà?

Se il mondo dell’arrampicata può essere per molti aspetti estremamente selettivo ed escludente, per altri è uno di quegli ambienti in cui, accompagnati dalla confidenza e dalla naturalezza che certi sport all’aria aperta e a stretto contatto con l’ambiente potenziano, si creano legami forti e importanti all’insegna anche della libertà e dell’accettazione, di se stessi e degli altri. Un luogo reale ma anche virtuale che non a caso è spesso associato alla pratica dello yoga, perché crea uno spazio di meditazione, di cura sincrona per il corpo e la mente.

Drew è un assistente sociale, Sarah una consulente per la salute mentale: percorsi lavorativi che regalano molte energie, ma che altrettante ne assorbono. E a volte il rifugio, la consolazione agli sforzi e alle frustrazioni è il cibo. Per entrambi il cibo è stato un contrastato compagno di vita fin dai tempi della scuola, sostegno a poco a poco sostituito dall’arrampicata: certo, la forma del corpo non cambia all’improvviso, ma i miglioramenti nella salute (fisica e mentale) di entrambi sono stati evidenti.

E la comunità, anche digitale, che sta nascendo intorno alle pagine Instagram di Drew – Drew climbs walls – e Sarah – The strong Sarah – è la dimostrazione di un entusiasmo contagioso e di un bisogno probabilmente molto più condiviso di quanto potessero immaginare. Perché dimostrarsi aperti e vulnerabili è il primo passo verso la costruzione di alleanze che si fondano sulla possibilità di esprimersi e lasciarsi conoscere e vedere per ciò che si è. È lo splendido paradosso che accade a volte: condividere gli insuccessi genera coraggio.

La comunità dei climber ha bisogno di persone come loro, che spingano un po’ oltre i confini – e i limiti – che generano riconoscimento e identificazione in chi le frequenta. E che amplifichino il messaggio che arrampicare non è solo la questione di estetica, prestazione e competizione che spesso rischia di diventare: è anche divertimento e libertà accessibile a tutti e tutte, senza pressioni di risultati o di aspetto. Perché non si tratta solo di ciò che succede in parete, ma di tutto quello che nasce e cresce intorno a quelle corde, quelle scarpette, quelle amicizie.

Anna Molinari

Giornalista freelance e formatrice, laureata in Scienze filosofiche, collabora con diverse realtà sui temi della comunicazione ambientale. Gestisce il progetto indipendente www.ecoselvatica.it per la divulgazione filosofica in natura attraverso laboratori e approfondimenti. È istruttrice CSEN di Forest Bathing. Ha pubblicato i libri Ventodentro (2020) e Come perla in conchiglia (2024). Per la testata si occupa principalmente di tematiche legate a fauna selvatica, aree protette e tutela del territorio e delle comunità locali.

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