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Impressioni sul coronavirus da Dakar
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Foto: L. Michelini ®
DAKAR - Ho la fronte sudata, fuori c’è un sole che scotta e sembra farsi beffe delle previsioni meteorologiche secondo le quali in questo periodo dell’anno Dakar dovrebbe essere fresca e ventilata. Cambiamento climatico? Probabile, fatto sta che sono uscita di casa da appena una ventina di minuti e già rimpiango di aver lasciato a casa la crema solare.
Mi trovo in una delle arterie più centrali della capitale, tra piazza dell’Obelisco e il vero centro cittadino, il cosiddetto plateau. Lungo le strade i taxi sfrecciano veloci, alternati talvolta da qualche affollato car rapid. Sul largo marciapiede decine di negozietti espongono la loro merce colorata. Gonne dai motivi africani, veli per la preghiera accanto a scarpe tacco dieci; la maggior parte dei vestiti è indirizzata ad una clientela femminile, senegalese, ma a venderli sono commercianti di nazionalità cinese. Dalla strada è difficile rendersi conto che i proprietari di queste attività non sono per nulla persone del posto.Quando ci si avvicina alla merce in vendita si è assaliti dal solito ritornello “Buongiorno signorina, fermati a guardare, anche solo per il piacere degli occhi”, recitato con insistenza da giovani ragazzi senegalesi. È solo provando ad addentrarsi nelle boutique, e superando i vari livelli di mercanzia in esposizione, che si intravvedono i veri gestori, seduti al riparo tanto dalla canicola quanto dagli sguardi dei clienti.
Mi trovo qua perché, fresca di un recente viaggio sulle tappe della vecchia via della seta di cui porto nel cuore l’ospitalità della gente, spero di trovare lo stesso calore umano incontrato da Pechino all’occidentale Xinjiang. Mi dico poi che essendo accomunati dalla lontananza dalla terra di origine, probabilmente questa situazione potrà facilitare un'apertura reciproca.
Purtroppo le cose non vanno per nulla come pensavo. Sono a Dakar da quasi cinque mesi e solo ora inizio a destreggiarmi col francese ma, a quanto pare, c’è chi è messo peggio di me e la lingua proprio non la vuole imparare. Chi si trova in Senegal da quasi dieci anni, chi da quindici, fatto sta che tutti i negozianti con cui provo a parlare non sembrano capire le mie domande. “Loro non conoscono una sola parola né di francese né di inglese, al massimo sanno comunicare un po’ in wolof (la lingua locale) di cui hanno studiato quelle poche espressioni necessarie per accordarsi sui prezzi e fare affari con i clienti”, mi spiega Bubakar, dipendente in uno dei tanti empori della via. “Alcuni – continua - si sono addirittura inventati uno slang, il cine-français, che parlano solamente con noi ed è quanto basta per intendersi.”
Provo comunque a porre qualche domanda, vorrei sapere come vive la comunità cinese in un paese distante fisicamente e culturalmente dall’Oriente e, ovviamente, avere qualche impressione sull’attuale “faccenda coronavirus”, ma dopo l'ennesimo negozio da dove esco senza nessuna informazione, inizio veramente ad essere scoraggiata. Sto per mollare la presa, quando una ragazza dal velo rosso e un bastoncino di liquirizia in bocca mi ferma: “Cosa vuoi?”. Condivido con lei il motivo della mia visita e soprattutto le spiego che mi risulta impossibile riuscire a interloquire con i negozianti per la barriera linguistica. “Seguimi, ti porto in un posto”. Senza avere il tempo di rendermene conto, dopo pochi minuti io e Ndeye ci troviamo a vagare tra le bancarelle del mercato popolare di Petersen dove senegalesi e cinesi condividono spazi e attività commerciali. È un melting pot di culture, oltre che di merci. Fuori da una bottega gestita da imprenditori cinesi, molte donne senegalesi sono intente a lavorare alla preparazione di lunghi fili di perle luccicanti destinate a finire ai polsi di fortunate turiste occidentali. Strano vedere l’arte africana da dove ha inizio.
Finalmente, dopo aver chiesto più volte informazioni e aver esplorato ogni angolo del mercato, riusciamo a trovare il magazzino che cercavamo. “Lui è il mio vecchio datore di lavoro”, dice Ndeye, presentandomi uno dei pochi cinesi di Dakar che sa esprimersi in francese. “È gentile, sicuramente potrete scambiare due parole”. Da una montagna di scatole di cartone ammassate in modo precario spunta un’esile figura sorridente. È Xu e nella sua bottega vende un po’ di tutto, da attrezzi per la casa alla biancheria intima. Con la scusa di sapere come intenderà passare la festa del capodanno cinese, provo a capire com’è la sua vita a Dakar. Vorrei sapere se si considera integrato, se la sua famiglia vive in Africa assieme a lui, se capita che ci siano matrimoni misti, la lista è lunga.
Xu spiega che la maggior parte degli espatriati che conosce è di fede musulmana. “Il venerdì ci rechiamo alla Grande Moschea, assieme ai nostri amici senegalesi”, ma a quanto pare la preghiera è l’unico aspetto della quotidianità ad essere condiviso con i locali. Non solo Xu, ma anche molti altri membri della comunità cinese residente a Dakar mantengono un legame strettissimo col paese d’origine al punto che matrimoni, cerimonie, educazione dei figli, tutti gli avvenimenti principali delle loro vite continuano ad aver luogo in Cina. “I nostri bambini li teniamo con noi finché hanno circa tre o quattro anni, poi li rimandiamo nel nostro paese affinché studino e conoscano le tradizioni”.
Con finta disinvoltura provo ad affrontare la questione dell’attuale epidemia virale. Dopo una fragorosa risata, Xu diventa improvvisamente serio “I media hanno ingigantito tutto, i miei figli e mia moglie si trovano in Cina in questo momento, stanno perfettamente bene e io non posso neanche andare a trovarli. È folle. Stanno isolando il mio paese, ma vedrai, tempo tre settimane e sarà tutto risolto, è solamente una questione di allarmismo”. Provo a capire se qualcuno ha cambiato atteggiamento verso di lui o nei confronti dei suoi compatrioti basati a Dakar, ma da come viene trattato dai “vicini di attività” non si percepisce nulla di strano.
Ndeye si inserisce nel discorso raccontando che appena sentito parlare del virus alla TV, i suoi genitori si sono spaventai e le hanno comprato una mascherina da portare al lavoro “Ma qua nessuno la indossa, l’ho usata una mezza giornata e poi me ne sono completamente dimenticata. I miei problemi sono di ben altro tipo”.
Non potendo intrattenere Xu ancora per molto ci congediamo da lui con la speranza di passare un capodanno cinese assieme, prima o poi.
Lungo la strada di ritorno troviamo un piccolo anfratto trasformato in ristorante, Chez Fatou, dove una signora ci riempie un’unica scodella di latta con del riso freddo e del pesce ormai secco. Esauste e affamate dimentichiamo qualsiasi tipo di norma igienica, virus o malattia esotica, e divoriamo il piatto di thiéboudienne praticamente in apnea.
Prima di salutare Ndeye mio offro di pagarle un compenso per le ore di lavoro che le ho fatto perdere, ma alla vista del denaro la ragazza sfila dal velo un piccolo dread: “Lo vedi questo? Indica che sono una Baye Fall (ndr: minoranza musulmana nota per essere distante dai beni materiali), non posso accettare. Mi ha fatto veramente piacere aiutarti nelle tue ricerche, l’ho fatto volentieri”.
Lascio il mercato cinese di Dakar con l’impressione di non aver risposto a una sola delle domande che mi ero preparata, ma poi ripenso alla vita di Xu, alla gentilezza di Ndeye, e mi rendo conto di aver trovato molto di più rispetto a quello che stavo cercando.
Lucia Michelini
Sono Lucia Michelini, ecologa, residente fra l'Italia e il Senegal. Mi occupo soprattutto di cambiamenti climatici, agricoltura rigenerativa e diritti umani. Sono convinta che la via per un mondo più giusto e sano non possa che passare attraverso la tutela del nostro ambiente e la promozione della cultura. Per questo cerco di documentarmi e documentare, condividendo quanto vedo e imparo con penna e macchina fotografica. Ah sì, non mangio animali da tredici anni e questo mi ha permesso di attenuare molto il mio impatto ambientale e di risparmiare parecchie vite.






