
www.unimondo.org/Notizie/La-Nakba-lungo-il-confine-tra-la-parte-libera-e-quella-occupata-della-Siria-130757
La Nakba lungo il confine tra la parte libera e quella occupata della Siria
Notizie
Stampa
Jeans attillati, una maglietta aderente dalle maniche corte, la testa scoperta: ci aveva accolto così la venticinquenne Shefaa Abu Jabal, portavoce dell’organizzazione Golan for Development, quando, nel dicembre dello scorso anno, l’avevamo incontrata nella sua Majdal Shams. Insomma mesi prima della recente dichiarazione di Obama: Israele torni ai confini del '67. Dichiaratamente laica pur vivendo in una comunità- quella dei drusi- dove l’appartenenza religiosa è un aspetto fondamentale dell’identità collettiva; araba-siriana senza passaporto in quanto, residente sulle Alture del Golan, non riconosce l’occupazione israeliana e rifiuta di accettarne la cittadinanza.
E´ proprio lì, lungo il confine che divide quello che Sheefa aveva chiamato “la parte libera e quella occupata della Siria”, che settimana scorsa migliaia di manifestanti si sono ritrovati in occasione della Nakba, la ricorrenza della “catastrofe” palestinese che ha visto l’espulsione di migliaia di persone dalle proprie case e la nascita dello Stato di Israele. Ed è proprio lì, dove Sheefa aveva parlato di occupazione “intelligente”, in quanto la convivenza tra arabi e coloni è apparentemente pacifica, che il 15 maggio- dopo oltre 20 anni – la situazione è degenerata. Decine di siriani hanno passato il confine, portando la protesta nel villaggio; quattro di loro sono stati uccisi dall’esercito israeliano.
Sheefa, la situazione a Majdal Shams, ed in generale sul Golan lungo il confine con la Siria, è rimasta calma per anni tanto che qualche mese fa ci aveva parlato di “occupazione intelligente”. Vi aspettavate l’accaduto?
No, credo che nessuno potesse aspettarsi una tale degenerazione della situazione. Neanche gli israeliani stessi avevano previsto problemi di questo tipo e quel giorno avevano addirittura spostato la maggior parte dei soldati sul confine con il Libano. L’”occupazione intelligente”, forse, non è abbastanza “intelligente”.
Cosa ha provocato quella manifestazione?
Credo che la protesta sia collegata alla “primavera araba” e anche ai numerosi richiami, lanciati sia tramite Facebook che sul altri social network, che invitavano a partecipare alla Nakba. Forse la gente scappava anche da una situazione di disagio per la povertà e le complicate circostanze sociali ed economiche in Siria. Inizialmente, direi per le prime tre ore, la manifestazione sembrava quasi una scena qualsiasi, vista molte altre volte. La gente si era radunata su entrambi i lati del confine cantando e urlando. Ma poi, all’improvviso, i manifestanti del lato siriano hanno invaso Majdal Shams, passando, tra l’altro, per quello che credevamo fosse un campo minato.
Cosa ha significato per Lei, giovane drusa del Golan?
Pur non identificandomi con l’identità religiosa dei drusi, mi considero un’araba siriana. Sono rimasta molto colpita da quello che ho visto, e soprattutto sorpresa dal coraggio che quelle persone hanno dimostrato. Ho parlato con alcuni di loro, ho sentito le loro storie e ho capito il loro desiderio di tornare in Palestina. Mi hanno mostrato le chiavi delle loro case palestinesi; non parlavano d’altro, della possibilità di tornare a casa.
Quale è stata la reazione della popolazione di Majdal Shams?
Diciamo che c’era gente che sosteneva i manifestanti offrendo cibo e medicinali, ma anche altre persone che chiedevano loro, urlando, di andarsene e di non turbare la quiete del villaggio. Adesso gli abitanti ne parlando esprimendo sentimenti misti, mostrando soprattutto reazioni di tipo emotivo: alcuni ad esempio dicono che si è trattata di una vittoria perché hanno protetto i loro fratelli palestinesi.
Crede che qualcosa cambierà in seguito all’accaduto?
Qualcosa è già cambiato, nel senso che é aumentata la presenza militare in tutta la zona. Ci sono molti poliziotti che girano per il villaggio chiedendo carte d’identità, c’è molto più controllo. E credo che questa sarà l’unica conseguenza: la politica di occupazione israeliana nel villaggio e nei confronti dei residenti non cambierà minimamente.
Michela Perathoner
(inviata di Unimondo)






