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Territori Palestinesi: la protesta corre, ma resta sui social network
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Forse si temeva che anche loro, a poche settimane dalle ultime rivelazioni stile Wikileaks che sembravano definitivamente screditare l’Anp, potessero scendere in piazza e chiedere le dimissioni di Abu Mazen, un po’ sulla scia delle rivoluzioni dei vicini egiziani, tunisini e algerini. Forse si volevano semplicemente evitare disordini. Ma, qualsiasi fosse la ragione dietro all’interruzione, da parte delle forze dell’ordine palestinesi, di una manifestazione di fronte all’ambasciata egiziana di Ramallah, alla comunità internazionale non é piaciuto.
E nel mirino di Human Rights Watch, l’organizzazione internazionale per la tutela dei diritti umani solitamente occupata - in relazione al conflitto mediorientale - a elencare i misfatti israeliani, questa volta ci sono le autorità palestinesi. Dopo l’impedimento dello svolgimento di una marcia di supporto al popolo egiziano nel centro della capitale amministrativa dei Territori dell’Autonomia palestinese, HRW ha, infatti, chiesto attraverso la propria direttrice per il Medio Oriente e il Nord Africa, Sarah Leah Whitson, alle autorità di impedire l’uso di violenza nei confronti dei manifestanti. Secondo quanto riportato dall’organizzazione, la polizia avrebbe spinto, preso a calci e trattenuto i partecipanti alla manifestazione, nonché due giornalisti e un ricercatore di Human Rights Watch. “L’autorità palestinese dovrebbe immediatamente precisare che la formazione offerta alle proprie forze di sicurezza in un ottica di “state-building” non include l’ipotesi di picchiare manifestanti pacifici” - ha dichiarato la portavoce.
E ha toccato un tasto al quanto delicato in relazione alla questione: i finanziamenti internazionali destinati proprio a questo genere di attività. Contemplando la possibilità che Stati Uniti e Unione Europea possano riconsiderare l’investimento dei propri soldi. Un contributo che, secondo le cifre riportate, non sarebbe esattamente irrilevante. L’Unione Europea avrebbe donato all’Autorità palestinese oltre 230 milioni di euro, di cui buona parte sarebbero serviti a finanziare un programma di training per la polizia. Gli Stati Uniti a loro volto avrebbero passato ai palestinesi 150 milioni, finanziando soprattutto le forze di sicurezza nazionali.
Non solo: come denunciato dalla direttrice di HRW le dure reazioni di poliziotti e forze speciali nei confronti di una manifestazione di natura pacifica rappresenterebbero una grave limitazione al diritto di manifestazione e di assemblea. “Secondo le norme internazionali in materia di diritti umani non possono essere imposte restrizioni all’esercizio di assemblea pacifica con eccezione delle imposizioni in conformità con la legge strettamente necessarie e proporzionate alla sicurezza nazionale, alla sicurezza pubblica o all’ordine pubblico” - ha spiegato Sarah Leah Whitson. Giustificazione effettivamente citata anche da 'Adnan ad-Damiri, membro degli apparati di sicurezza dell'Anp, che avrebbe motivato la decisione del governo di Ramallah con la necessità di contenere i rischi, in quanto, avvalersi del diritto di manifestazione in quei giorni avrebbe potuto portare a disordini incontenibili.
Ma, tra proteste e rivoluzioni in corso negli Stati vicini, la situazione, sempre segnalata da Hrw, non é delle più calme neanche nella Striscia di Gaza, dove le autorità di Hamas avrebbero impedito lo svolgimento di un’altra manifestazione di solidarietà con gli egiziani. Come denunciato dall’organizzazione, sei donne sarebbero state arrestate e deportate, violando anche in quel caso la libertà di associazione. “Le autorità di Hamas dovrebbero interrompere le interferenze arbitrali nei confronti di manifestazioni pacifiche su Egitto o su un qualsiasi altro argomento” - ha commentato la direttrice di Hrw, precisando che i poliziotti in questione dovrebbero essere processati.
Nonostante le imposizioni anche tra i palestinesi c’è chi non demorde- e sui social network si fa strada qualche timido tentativo di raggruppamento e organizzazione di proteste. Diverse migliaia di persone, per la maggior parte palestinesi provenienti dalla Cisgiordania, hanno aderito a un gruppo creato su Facebook che chiede ai gazawi di ribellarsi al Governo di Hamas, definito “espressione dittatoriale”, mentre un altro la pretende nei confronti dell’Autorità palestinese in Cisgiordania. Ma, per ora, tutto tace. Forse perché, citando il titolo di un articolo di Amira Hass, editorialista del quotidiano Haaretz, “Egitto o meno, i palestinesi hanno perso la fiducia nelle sommosse”.
Michela Perathoner
(inviata di Unimondo a Gerusalemme)






